MoRe Impresa Festival

Rassegna Stampa


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In vista dell’evento giovedì 14 ottobre a MoRe Impresa Festival, riproponiamo – con il consenso dell’autrice – l’articolo di Cristina Tajani, apparso sul Sole 24 Ore di mercoledì 4 agosto, sul futuro delle città. Un contributo importante che riguarda anche città medio piccole, come Modena e Reggio Emilia, collegate da un “corridoio” (la via Emilia ndr.) strategico, ma non per questo sufficiente a garantire il benessere delle sue aree interne.

Densità, massa critica, produttività, circolazione della conoscenza e stipendi più alti del 20% rispetto alle zone rurali sono gli ingredienti del finora indiscusso successo delle città-mondo. Un’affermazione tale da aver spinto l’Ocse a definire «The Metropolitan Century» il tempo in cui ci è dato vivere. Secondo le previsioni dell’organizzazione con base a Parigi che riunisce i principali Paesi industrializzati in cui opera un’economia di mercato, le città abitate da più di dieci milioni di persone diventeranno 41 entro il 2030; se oggi ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale, nel 2100 arriveremo all’85%: ben nove miliardi di abitanti calcheranno allora il suolo delle metropoli.

Eppure alla luce dello shock impresso dalla pandemia è inevitabile porre in discussione queste previsioni, sottoponendole a un vaglio critico. L’interruzione brusca – e, dopo oltre un anno, dobbiamo dire anche duratura – del traffico aereo; i colpi inferti alle attività fieristiche, al sistema dell’accoglienza, all’offerta culturale, al Pil e al reddito pro capite; il calo dell’occupazione, l’effetto del lavoro da remoto sui
city user, che fino al 2020 erano pendolari e oggi, almeno per una certa quota, esercitano il proprio mestiere fuori dal confine amministrativo: tutto ciò ha colpito le città sull’intera superficie del globo.
Ha senso domandarsi se, realizzandosi il meno desiderabile tra gli scenari, cioè una lunga permanenza del Covid-19 nelle nostre vite, non possa ripetersi ciò che accadde fra IV e VIII secolo: lo spopolamento, e in alcuni casi la scomparsa, delle città europee? Fronteggeremo una nuova epoca di «città retratte»?

Alla vigilia di importanti elezioni amministrative (Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e, oltreoceano, New York sceglierà il suo prossimo sindaco a novembre) è corretto esercitare il dubbio. Dopo aver scandagliato la vita delle metropoli scosse dalla crisi potremmo scoprire che le città vincono ancora. A condizione che si dispieghino le opportune strategie
di adattamento.

La scala è il primo grande discrimine: le osservazioni macro-geografiche e quelle micro-geografiche possono rivelare dinamiche diverse. Nella nostra ottica, la seconda prospettiva è la più interessante, perché sollecita chi voglia progettare politiche territoriali adeguate alla realtà e al ruolo atteso per le città che verranno.

Nell’articolo “Cities in a Post-Covid World”, Richard Florida, Andrés Rodríguez-Pose e Michael Storper ipotizzano che, a scala macro-geografica, la tendenza winner-takes-all che ha caratterizzato le relazioni tra metropoli e resto del mondo fino alla pandemia non subirà rilevanti cambiamenti.

La maggior parte delle città medie e di quelle rurali perderanno probabilmente di più. Ecco affacciarsi il tema della «vendetta dei luoghi che non contano», ovvero della irrisolta tensione tra metropoli e territori non metropolitani, rappresentata emblematicamente dagli accadimenti di questi anni: divaricazione dei redditi, inurbamento degli individui ad alta qualificazione, rivolta di tutto ciò che città non è, simboleggiata dai gilet gialli che si scaricano su Parigi. Fino a riflettersi nella costante difformità nei comportamenti elettorali «tra città e contado».


Proveniente più dalla sfera del politico che da quella dell’economico, il populismo ha preso piede in molti di questi centri spossessati di ruolo. Più ci si allontana dai luoghi dove i flussi si addensano, dove i media si concentrano, le infrastrutture digitali abbondano e i capitali si accumulano – insomma, più ci si allontana dalle grandi città – più sfuggevole diventa per le persone percepire il proprio ruolo e la propria influenza sui grandi processi collettivi.


Questa considerazione rende duplice la sfida che attende i sindaci di tutto il mondo: da un lato quali “strategie di adattamento” mettere in campo all’interno dei confini amministrativi per limitare l’impatto economico della pandemia e favorire la coesione sociale; dall’altro come riconciliare le città con ciò che città non è, ovvero con i territori produttivi da cui arrivano le merci, i beni alimentari, i semilavorati, persino i cervelli. Nella consapevolezza che le disuguaglianze con i territori circostanti non giovano alle città, così come le polarizzazioni interne tra lavoro e rendita.

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore il 4 agosto scorso. 

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Tutto pronto per la seconda edizione del festival, organizzato da Lapam Confartigianato Imprese con il patrocinio di Regione Emilia Romagna, Comune di Modena e Università di Modena e Reggio Emilia e con il contributo della Camera di Commercio di Modena e che offrirà ad imprese, cittadini e studenti delle scuole superiori del territorio uno spazio di riflessione sui grandi temi del lavoro e del fare impresa. 

Appuntamento da mercoledì 13 ottobre presso la sala Leonelli della Camera di Commercio di Modena (in via Ganaceto 134) in presenza, nel rispetto delle normative anti-Covid, e in streaming sui nostri canali social.

Il programma

Dopo l’interruzione dovuta alla pandemia, il festival torna quindi nella città estense con un palinsesto ricco di eventi pensati per mettere a fuoco i grandi temi che ruotano intorno al mondo del lavoro e delle piccole e medie imprese italiane e per promuovere la cultura del lavoro autonomo. In particolare quelli della sostenibilità ambientale, del rapporto tra scuole e lavoro e tra città e territorio. Ma non solo. L’edizione 2021 del festival è dedicata ai più giovani. Le scuole locali sono infatti state coinvolte attivamente nell’organizzazione dell’evento, per permettere a studentesse e studenti delle scuole superiori di Modena e Reggio Emilia di assistere in presenza e in streaming a tutti gli eventi promossi in occasione del festival. 

Un modo per renderli protagonisti del dibattito pubblico che riguarda il futuro del nostro Paese e metterli in contatto diretto con opinionisti, giornalisti, intellettuali e politici a cui potranno rivolgere domande e presentare proposte. 

Gli ospiti

Tra gli ospiti dell’edizione 2021, Davide Rampello, saggista, autore televisivo, ex presidente della Triennale di Milano e curatore del padiglione Zero ad Expo 2015 e del padiglione Italia ad Expo Dubai 2020; Francesco Costa, saggista, podcaster, vicedirettore del Post; Costantino Grana professore ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” e Presidente del Consiglio dei Corsi di Studio in Ingegneria Informatica; Cristina Tajani, assessora alle Politiche del Lavoro, Attività Produttive, Commercio e Risorse Umane del Comune di Milano e autrice di “Città Prossime. Dal quartiere al mondo. Milano e le metropoli globali” e tanti altri; Gianluca Diegoli, tra i più conosciuti esperti di strategia digitale e marketing in Italia e co-fondatore di Digital Update; Michele Tiraboschi, giuslavorista e professore ordinario di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia; Ilaria Vesentini, giornalista e corrispondente del Sole 24 Ore per l’Emilia Romagna; Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena; Stella Gubelli, responsabile area Consulenza, ALTIS Università Cattolica del Sacro Cuore; Giuseppe Sabella, direttore Think Industry 4.0 e autore di “Ripartenza verde”. 

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L’Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena, la sede della maggior parte degli eventi del festival, è un luogo poco conosciuto ai più, ma ricco di fascino e dalla storia antica. Tra i suoi soci (tutti rintracciabili sul sito dell’ente) figurano nomi del calibro di Ludovico Antonio Muratori, Giosuè Carducci, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e più recentemente il maestro Riccardo Muti. Riprendiamo alcuni dei suoi passaggi dal sito dell’ente:“Nata dalla richiesta dei cittadini di Modena, che si presentarono agli inizi del 1600 ai conservatori del Comune per richiedere che nella città fosse restituita l’Università e istituita un’Accademia, rappresenta la continuazione dell’antica Accademia dei Dissonanti.Al primo progetto, intorno al 1680, si dice ad opera di un sacerdote della Congregazione della Beata Vergine e di S. Carlo, il teologo don Dario Sangiovanni, seguì una concentrazione organizzativa tra il 1681 e il 1683, quando si unirono al Sangiovanni, quali promotori, il marchese Bonifazio Rangoni, il conte Pirro Graziani e il francescano cartesiano Michelangiolo Fardella. Nel 1684-86 iniziò la sua attività […].

Il simbolo e il motto

Prima del 1682 l’Accademia molto probabilmente esisteva con la semplice denominazione di Accademia di Modena. Dopo che aveva iniziato la sua attività, essa discusse nelle riunioni del 21 Febbraio e del 13 Marzo 1684 delle costituzioni e dell’“Impresa” nonché della denominazione. Fra le varie proposte fu presentata anche quella di dotare l’Accademia di un simbolo che rappresentasse l’armonia nella varietà degli accordi. Perciò gli accademici di Modena furono detti ‘Dissonanti’ con il motto “Digerit in numerum dissonantes”, per interpretare l’armonia nella norma.Nel centro dell’emblema un’aquila sovrasta una corona di alloro e fiancheggia rami di palma e le pende dal collo una cetra: il simbolo ricorda la tutela estense sulla istituzione. L’emblema originario fu poi modificato con l’inserzione delle prerogative ducali, ma quello che appare nella sala delle adunanze dell’Accademia l’antico emblema seicentesco nella forma primitiva.

Il periodo napoleonico

In periodo napoleonico l’attività venne allargata anche alle arti meccaniche. Personaggi di rango e letterati di lontani paesi richiesero di essere aggregati. Inoltre l’Accademia dei Peloritani di Messina chiese di avviare corrispondenza con l’Accademia di Modena e nel 1728 seguì l’aggregazione fra le due Accademie. Ne fu artefice Ludovico Antonio Muratori. Negli statuti del 1817, 1826, 1841 il nome dell’Ente diviene: “Reale Accademia di Scienze Lettere e Arti”. Il titolo reale sostituisce quello ducale per le prerogative attribuite a Francesco IV d’Este, di Principe reale d’Ungheria e di Boemia, oltre che Duca di Modena. Il carattere statale dell’Ente si conferma con l’avvento del Regno d’Italia, con lo Statuto del 1860, e poi decisamente con gli statuti del 1910 e del 1934. Nella legislazione italiana ebbe costantemente un posto tra le primarie consorelle sottoposte alla disciplina governativa (fra le dieci reali accademie di prima categoria).

Il XX secolo

La Commissione per la riforma dello Statuto ribadì, nel 1910, il carattere statale della Accademia come ente di alta cultura: dalla ispirazione e protezione governativa alla approvazione degli statuti, dal titolo premesso alla denominazione, agli assegni annui sul bilancio dello Stato, dalla procedura per le nomine dei soci che si conclude con decreti statali, all’inserzione dell’elenco degli aggregati nelle pubblicazioni ufficiali, alla inclusione dell’Accademia tra i pubblici stabilimenti alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione. Il 5 Marzo 1959, in concomitanza con l’approvazione del nuovo Statuto, all’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena viene attribuito il titolo di Accademia Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti, con Decreto del Presidente della Repubblica”.Per maggiori info, a questo link è possibile accedere al sito dell’ente 
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Un grande evento all’insegna del lavoro, delle imprese e del saper fare tipico della nostra terra. Il 13 e 14 dicembre va in scena, nella suggestiva cornice dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti e in altri luoghi significativi della città di Modena, MoRe Impresa Festival, il primo festival organizzato da Lapam Confartigianato Imprese.Due giorni di seminari, workshop, presentazioni di libri, con alcuni protagonisti del dibattito pubblico, aperti a tutta la cittadinanza. Partners dell’iniziativa il Comune e la Camera di Commercio di Modena, che sponsorizza l’evento, ma anche l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, che ha concesso il suo patrocinio. Due giorni, costruiti attorno ai settori rappresentati maggiormente dalla nostra associazione, il manifatturiero e il commercio a cui si affiancherà un Hackathon rivolto a giovani under 35 che vorranno mettersi alla prova per sviluppare idee innovative al servizio di imprese e città. Tra le iniziative da non perdere quella in compagnia dell’economista e direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento, Tito Boeri, presidente dell’INPS dal 2014 al 2019 intervistato dalla giornalista e corrispondente de “Il Sole 24 Ore” per l’Emilia Romagna, Ilaria Vesentini, venerdì 13 dicembre alle ore 19.00 in Camera di Commercio a Modena.Commercio e artigianato al centro Durante la due giorni si parlerà anche di artigianato e commercio e delle grandi trasformazioni che stanno interessando questi due comparti, sia sul fronte dell’innovazione di processo e di prodotto, sia su quello delle abitudini dei consumatori, sempre più propensi ad acquistare online e allo stesso tempo sempre più selettivi ed esigenti. Giampaolo Colletti, giornalista ed attento osservatore delle dinamiche che stanno interessando questo mondo ci guiderà insieme a Roberta Giani, direttore della Gazzetta di Modena, in un approfondimento dedicato, offrendo una utile panoramica su quanto sta accadendo nei negozi e nelle attività commerciali oltre confine. Sul fronte dell’artigianato il professor Stefano Micelli, instancabile animatore di iniziative culturali, saggista vincitore del “Compasso d’oro” e apprezzato interprete di quanto sta accadendo dentro e fuori i laboratori e le officine italiane, presenterà alcuni casi nazionali e internazionali contenuti nel suo ultimo libro “Fare è Innovare. Il nuovo lavoro artigiano” (edizioni il Mulino).Emilia Romagna, Italia, Europa Grazie poi ai contributi della professor Franco Mosconi e del condirettore di “QN” Beppe Boni, analizzeremo il “caso Emilia Romagna” e le dinamiche di medio/lungo periodo che stanno trasformando la nostra regione in un eccezionale incubatore di innovazione ed esperienze aziendali in grado di attrarre talenti e imprese.Non solo Emilia. Grazie ai dati raccolti da Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio Studi di Confartigianato e all’analisi del professor Giulio Sapelli, raccolti in “Nulla è come prima” (edizioni Guerini e Associati) parleremo anche della situazione delle imprese italiane e delle ripercussioni che globalizzazione e crisi economica hanno avuto sulla spina dorsale del nostro sistema manifatturiero.Ripercussioni che misureremo anche grazie al prezioso contributo di Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis e curatore dell’annuale “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”. Valerii presenterà durante il festival il suo ultimo libro “La notte di un’epoca” (edizioni Ponte alle Grazie), un’analisi lucida e con inediti spunti filosofici sui cambiamenti che stanno trasformando la società italiana.Dall’Italia passeremo poi a un contesto più ampio grazie all’evento che vedrà protagonista la professoressa Veronica De Romanis, editorialista de “il Foglio” e docente di Economia Europea. La professoressa De Romanis illustrerà, argomentando con dati e numeri, i reali rapporti che legano Italia ed Europa, commentando i temi di politica economica e di bilancio che interesseranno il Paese nell’anno che verrà.Più competenti, più competivi Dal titolo di uno dei workshop che avranno luogo nella due giorni di MoRe Impresa Festival, mutiamo un concetto fondamentale: la formazione per imprese e studenti. Un tema che approfondiremo grazie al contributo del professor Michele Tiraboschi, docente di Diritto del Lavoro e direttore scientifico di Adapt. Tiraboschi dialogherà con il professor Costantino Grana, membro di AImage Lab, laboratorio sull’intelligenza artificiale dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e a Federica Gherardi, coordinatrice di ITS Maker Modena, sul significato della didattica e sul rapporto tra scuola, università e imprese ai tempi di Industria 4.0.I workshop aperti al pubblico. Si parte venerdì 13 dicembre con un approfondimento sulle opportunità rivolte alle imprese, finanziate grazie ai contributi del Fondo Sociale Europeo, a cura di FORMart e del suo direttore, Elisabetta Pistocchi per continuare con alcuni tavoli tematici dedicati ad altri strumenti a disposizione delle imprese. Insieme a Leonello Trivelli, ricercatore dell’Università di Pisa ed esperto sull’uso del Business Model Canvas (BMC), approfondiremo infatti le possibilità che il BMC offre ad aziende e start up nel focalizzare obbiettivi, partner e fattibilità di progetti ed idee. Sabato 14 dicembre, insieme al professor Matteo Vignoli continueremo con un approfondimento dedicato al Design Thinking e alla creatività aziendale per concludere il ciclo di workshop con un evento dedicato al mondo delle start up, grazie agli interventi di Stefano Grillenzoni di Energy Way, realtà specializzata in analisi dei dati e Luigi Francesco Cerfada, socio fondatore di Zerynth, azienda specializzata nel fornire soluzioni digitali alle imprese metalmeccaniche.Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti al pubblico, sino ad esaurimento posti.
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Ospite di MoRe impresa Festival venerdì 13 dicembre alle ore 19.00 in Camera di Commercio a Modena, abbiamo raggiunto l’attuale presidente del Festival dell’Economia di Trento per capire il suo punto di vista su alcuni dei principali temi che riguardano il Paese.Professor Boeri le associazione datoriali come Confartigianato sono contrarie ad una norma che stabilisca a priori come la paga di un lavoratore non possa essere inferiore a 9 euro lordi. Lei invece non sembra di questo avviso…«Io penso che in Italia sia importante avere un salario minimo, perché in alcuni contesti ci sono lavoratori con paghe addirittura di 2/3 euro all’ora. Ritengo dunque che sia necessario stabilire dei minimi salariali in Italia, come ci sono in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea. L’Italia è anzi tra i pochissimi che non ha un salario minimo orario. Penso quindi che sia un provvedimento giusto, di equità e attenzione nei confronti di queste fasce di lavoratori che sono ai margini del mercato del lavoro e in condizioni di sfruttamento. Tuttavia è fondamentale stabilire un livello di minimo salariale appropriato. Parlare di 9 euro lordi, o addirittura netti, è davvero fuori dal mondo. Soprattutto se consideriamo il costo del lavoro e della vita nel Mezzogiorno, dove ad esempio si ricorre molto a contratti part-time che in realtà sono full-time non dichiarati. Quindi il livello di salario minimo va stabilito con estrema attenzione».Come si taglia il cuneo fiscale senza diminuire tutele e coperture previdenziali?«Be’ credo che, soprattutto per i giovani, bisognerebbe prevedere una fiscalizzazione, un alleggerimento, della contribuzione. Cioè per chi inizia a lavorare prima è più alta, tendendo a scendere fino a raggiungere una soglia standard».Corrisponde alla sua originaria proposta di contratto a tutele crescenti…«Io avevo proposto un contratto a tutele crescenti che garantiva alle imprese costi certi sul licenziamento. Questo alleggerimento dei contributi relativo alle assunzioni a tempo indeterminato dei giovani, per cui vogliamo che i contributi vengano versati perché in un sistema contributivo altrimenti si ritroverebbero con delle pensioni molto basse, è sicuramente una proposta coerente con quel disegno».Analogo spazio nel dibattito pubblico occupa anche il tema della contrattazione aziendale, ma per quanto ci riguarda l’accordo interconfederale siglato anche da Confartigianato nel 1992 prevede già la contrattazione di secondo livello, o territoriale. Alla luce della situazione odierna, come potrebbe essere sviluppato o migliorato?«Innanzitutto è molto importante parlare di questo tema perché in questi anni se n’è parlato troppo poco, mentre è fondamentale. Io ritengo che si debba puntare in modo molto più deciso sul decentramento della contrattazione. È vero che quell’accordo prevedeva questa possibilità, ma sappiamo che non è mai decollato. Non è mai decollato per il semplice motivo che con la contrattazione decentrata è possibile intervenire soltanto a partire dai minimi fissati a livello nazionale. Può quindi essere ritoccato soltanto “in meglio” rispetto ai minimi fissati dalla contrattazione nazionale. Un datore di lavoro non ha così nessun incentivo a sedersi al tavolo della contrattazione, perché già sa che questo può portare unicamente ad un aumento dei salari dei lavoratori. Io ritengo, anche alla luce dell’esperienza tedesca dopo l’unificazione, che quando si opera in contesti che hanno fortissimi divari sia per quanto riguarda il costo della vita sia per quanto concerne la produttività, è importante avere margini per discutere riduzioni al di sotto del minimo stabilito a livello nazionale. Se noi compariamo i divari di produttività tra nord e sud d’Italia ci accorgiamo che non sono minori di quelli tra est e ovest tedesco. Ma nell’est tedesco c’è molta meno disoccupazione e molta più occupazione rispetto al sud del nostro paese. Questo avviene perché la contrattazione in Germania permette molta più diversificazione dei salari nominali rispetto al costo della vita e ai livelli di produttività».Nel dibattito degli ultimi mesi si è inserito anche il tema dei contratti pirata, intese raggiunte da sigle sindacali spuntate dal nulla con associazioni imprenditoriali altrettanto improbabili. Un fenomeno che secondo i suoi calcoli, produce un danno erariale che sfiora i 3 miliardi di euro all’anno di minori contributi e agevolazioni indebite, e che interessa una platea di quasi 2 milioni di lavoratori. Misurare la reale rappresentatività di imprese e sindacati sta quindi divenendo un tema cruciale, come prova l’accordo siglato lo scorso 19 settembre da sindacati, Confindustria, Inps e Istituto nazionale del lavoro. Come si prosegue su questa strada?«Io penso che l’accordo siglato da sindacati, Confindustria, Inps e Istituto nazionale del Lavoro sia molto importante. Avevo lavorato molto a quell’accordo e sono contento che, dopo essere stato osteggiato dal governo precedente, con l’avvio del nuovo esecutivo si sia arrivati alla firma. È anche un’operazione di grande trasparenza. Quell’accordo prevede infatti che i dati sulla rappresentatività vengano resi pubblici, sapremo quindi il grado di rappresentatività sia dei lavoratori sia delle organizzazioni datoriali. Detto questo io penso che quella sia una base utile per permettere di valutare quali sono i contratti di riferimento. Non credo invece che debba essere il presupposto per un’estensione erga omnes a tutti i lavoratori. Anche perché dal punto di vista giuridico non sarebbe ovvio come si può fare, essendo i confini tra i diversi settori spesso non ben determinati. Quindi è un’operazione di trasparenza che permetterà anche all’Inps di essere più efficace nella raccolta dei contributi e nella repressione dell’elusione contributiva. L’accordo chiarisce anche quali sono i rapporti di forza tra le organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro, ma non è la base per rafforzare ulteriormente la centralizzazione della contrattazione che invece, come detto poco prima, deve basarsi su altri presupposti».Alla luce della trasformazione che sta investendo il mondo produttivo, crede che abbia ancora senso e se sì perché, la gestione separata INPS dei lavoratori autonomi da quella dei dipendenti?«Io sono per unificare le pensioni, questo l’ho sempre detto. Quindi arrivare ad una situazione in cui le regole siano comuni a tutti i lavoratori. Mi sono molto battuto per favorire una mobilità tra gestioni diverse, dando la possibilità di mettere insieme contributi versati in gestioni diverse. Credo che negli ultimi anni qualche passo in avanti sia stato fatto in questa direzione e a mio giudizio la direzione di marcia dovrebbe essere quella di unificare le pensioni con l’idea di alleggerire progressivamente i contributi sul lavoro dipendente, favorendo un più rapido inserimento nel mercato del lavoro dei più giovani, con un più ampio utilizzo degli strumenti integrativi».Da direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento ha anticipato molti degli argomenti che occupano la nostra quotidianità. Ecco alla luce dei venti recessivi che soffiano sull’Europa, di Brexit e della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che 2020 si aspetta?«Purtroppo ci sono molti fattori di incertezza all’orizzonte, quindi la cosa fondamentale è non aggiungerne ulteriori. Penso che per il nostro paese sia molto importante mettere in sicurezza i conti pubblici, evitare un ulteriore aumento del debito e cercare in tutti i modi di salvaguardare quel dividendo di credibilità che stiamo vivendo adesso con l’avvio del nuovo governo, con una forte riduzione dello spread e di quella tassa sul populismo che davvero non dobbiamo più pagare. Dopodiché il 2020 si avvia con una fase di rallentamento dell’economia mondiale, di difficoltà in Germania che condizionano anche noi. Mi sembra però di notare – per fortuna – una presa di consapevolezza da parte di coloro che possono intervenire, penso alla BCE o al governo tedesco, quindi mi auguro che la risposta politica sia adeguata».Ultima domanda prima di rivederci a Modena il 13 dicembre. Se dovesse ripresentarsi una proposta per un incarico pubblico, dopo la presidenza dell’Inps, lei accetterebbe?«Ho già tante decisione difficili quotidianamente, quindi fin tanto che non si presenta una simile richiesta non mi pongo il problema, diciamo così (ride). Poi sono appassionato e ho a cuore i problemi del nostro paese quindi se posso aiutare non mi tiro indietro».