MoRe Impresa Festival

Rassegna Stampa


La doppia sfida che attende i sindaci

La doppia sfida che attende i sindaci

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In vista dell’evento giovedì 14 ottobre a MoRe Impresa Festival, riproponiamo – con il consenso dell’autrice – l’articolo di Cristina Tajani, apparso sul Sole 24 Ore di mercoledì 4 agosto, sul futuro delle città. Un contributo importante che riguarda anche città medio piccole, come Modena e Reggio Emilia, collegate da un “corridoio” (la via Emilia ndr.) strategico, ma non per questo sufficiente a garantire il benessere delle sue aree interne.

Densità, massa critica, produttività, circolazione della conoscenza e stipendi più alti del 20% rispetto alle zone rurali sono gli ingredienti del finora indiscusso successo delle città-mondo. Un’affermazione tale da aver spinto l’Ocse a definire «The Metropolitan Century» il tempo in cui ci è dato vivere. Secondo le previsioni dell’organizzazione con base a Parigi che riunisce i principali Paesi industrializzati in cui opera un’economia di mercato, le città abitate da più di dieci milioni di persone diventeranno 41 entro il 2030; se oggi ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale, nel 2100 arriveremo all’85%: ben nove miliardi di abitanti calcheranno allora il suolo delle metropoli.

Eppure alla luce dello shock impresso dalla pandemia è inevitabile porre in discussione queste previsioni, sottoponendole a un vaglio critico. L’interruzione brusca – e, dopo oltre un anno, dobbiamo dire anche duratura – del traffico aereo; i colpi inferti alle attività fieristiche, al sistema dell’accoglienza, all’offerta culturale, al Pil e al reddito pro capite; il calo dell’occupazione, l’effetto del lavoro da remoto sui
city user, che fino al 2020 erano pendolari e oggi, almeno per una certa quota, esercitano il proprio mestiere fuori dal confine amministrativo: tutto ciò ha colpito le città sull’intera superficie del globo.
Ha senso domandarsi se, realizzandosi il meno desiderabile tra gli scenari, cioè una lunga permanenza del Covid-19 nelle nostre vite, non possa ripetersi ciò che accadde fra IV e VIII secolo: lo spopolamento, e in alcuni casi la scomparsa, delle città europee? Fronteggeremo una nuova epoca di «città retratte»?

Alla vigilia di importanti elezioni amministrative (Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e, oltreoceano, New York sceglierà il suo prossimo sindaco a novembre) è corretto esercitare il dubbio. Dopo aver scandagliato la vita delle metropoli scosse dalla crisi potremmo scoprire che le città vincono ancora. A condizione che si dispieghino le opportune strategie
di adattamento.

La scala è il primo grande discrimine: le osservazioni macro-geografiche e quelle micro-geografiche possono rivelare dinamiche diverse. Nella nostra ottica, la seconda prospettiva è la più interessante, perché sollecita chi voglia progettare politiche territoriali adeguate alla realtà e al ruolo atteso per le città che verranno.

Nell’articolo “Cities in a Post-Covid World”, Richard Florida, Andrés Rodríguez-Pose e Michael Storper ipotizzano che, a scala macro-geografica, la tendenza winner-takes-all che ha caratterizzato le relazioni tra metropoli e resto del mondo fino alla pandemia non subirà rilevanti cambiamenti.

La maggior parte delle città medie e di quelle rurali perderanno probabilmente di più. Ecco affacciarsi il tema della «vendetta dei luoghi che non contano», ovvero della irrisolta tensione tra metropoli e territori non metropolitani, rappresentata emblematicamente dagli accadimenti di questi anni: divaricazione dei redditi, inurbamento degli individui ad alta qualificazione, rivolta di tutto ciò che città non è, simboleggiata dai gilet gialli che si scaricano su Parigi. Fino a riflettersi nella costante difformità nei comportamenti elettorali «tra città e contado».


Proveniente più dalla sfera del politico che da quella dell’economico, il populismo ha preso piede in molti di questi centri spossessati di ruolo. Più ci si allontana dai luoghi dove i flussi si addensano, dove i media si concentrano, le infrastrutture digitali abbondano e i capitali si accumulano – insomma, più ci si allontana dalle grandi città – più sfuggevole diventa per le persone percepire il proprio ruolo e la propria influenza sui grandi processi collettivi.


Questa considerazione rende duplice la sfida che attende i sindaci di tutto il mondo: da un lato quali “strategie di adattamento” mettere in campo all’interno dei confini amministrativi per limitare l’impatto economico della pandemia e favorire la coesione sociale; dall’altro come riconciliare le città con ciò che città non è, ovvero con i territori produttivi da cui arrivano le merci, i beni alimentari, i semilavorati, persino i cervelli. Nella consapevolezza che le disuguaglianze con i territori circostanti non giovano alle città, così come le polarizzazioni interne tra lavoro e rendita.

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore il 4 agosto scorso.